di Tano Siracusa
La sequenza aiuta a ricostruire la scena. Un grande armadio entra in un palazzo, portato sulle spalle da un uomo curvo sotto il suo peso. Siamo a Kathmandu nel ’95 e scene così non sono rare. L’armadio con l’ infradito ai piedi percorre un lungo corridoio fino a raggiungere il sottoscala dove viene depositato.
Avevo scattato fino ad allora tre fotografie. L’ ultima mostra che curva sotto il peso dell’armadio era una donna.
Non c’era molto da stupirsi: il paese sembrava immerso nel fiabesco passato di templi e palazzi sontuosi e in una condizione di dura, diffusa povertà. Neppure il lavoro manuale femminile, anche pesante, era una sorpresa.




Sfogliando un immaginario album fotografico personale che non si apre da decenni ci si inoltra in un viaggio nel poprio passato che può diventare più spaesante di un viaggio nel presente. Ogni fotografia mostra una copia del passato e ne prova la scomparsa.
Ma se si è perso il ricordo di ciò che è stato fotografato e anche di averlo fotografato, quelle foto sembrano provenire dal buio di un’altra vita, dalla vita di un altro.
Questa esperienza di straniamento, di fallimento della ‘ricerca del tempo perduto’, può avvenire soltanto se l’apparizione della copia fotografica non coincide con la visione dell’ ‘originale’, solo se il tempo le ha distanziate e chi ha fotografato può non essere (più) colui che sta guardando la copia fotografica: ad esempio di un armadio semovente mai visto nè, tanto meno, fotografato.
Queste foto dimenticate sono finestre aperte sul tempo perduto, su un passato personale che potrebbe essere di un altro, nello spaesamento di una alterità che pure sappiamo apprtenerci e costituirci, che ci attraversa. Sono apparizioni che lasciano avvertire la problematicità della soggettiva permanenza nel trascorrere del tempo, di quello ‘perduto’, e che possono sfumare o annullare il senso della ‘proprietà’ di quelle fotografie scattate, dimenticate e non riconosciute.
Le camere digitali annullando la distanza temporale fra lo scatto fotografico e la sua visualizzazione, schiacciando originale e copia come davanti uno specchio, hanno sottratto alla fotografia il suo potere di misurare il distanziamento temporale, l’alterità di un passato che può non venire riconosciuto come proprio: il personale vuoto di passato, la sua perdita.
C’era una ‘perdita di tempo’ fra lo scatto fotografico e la sua visualizzazione ed è stata annullata con l’avvento del digitale: adesso si vede e si vive in una permanente contemporaneità, in un presente continuo e moltiplicato in innumerevoli specchi digitali.
Ma quella perdita di tempo era tempo, passato che sarebbe tornato e che ci avrebbe esposti alla consapevolezza del buio che ci abita.
Chiudendo l’album fotografico si può viaggiare nel proprio passato solo ad occhi chiusi, l’ ‘altro’ potrà evocarlo solo un sogno, un lapsus, un tic. O un sapore, un profumo, una voce per strada.